E’ triste constatare come, ormai, gli spazi liberi pensati e preservati nel corso degli anni come risposta alle esigenze presenti e future dei cittadini residenti nel centro e in periferia siano trattati oggi come una semplice risorsa economico-finanziaria da parte di un’amministrazione comunale in cerca di una soluzione facile e apparentemente “indolore” per i problemi di bilancio.
Ma come si può proporre la vendita del verde pubblico senza rendersi conto che anche questo è uno spreco? È uno spreco della ricchezza rappresentata dal territorio di cui risentirà la qualità della vita dei cittadini, depauperati irreversibilmente di un bene di cui non potranno più disporre.
Le indicazioni della pianificazione urbanistica considerate fino a ieri strumenti per tutelare il territorio, difendendolo dalle spinte speculative, sono oggi messe in discussione dallo stesso Comune che per far cassa va avanti con varianti e cambi di destinazione d’uso, navigando “a vista”, con il P.A.T. che è, forse non a caso, fermo al palo.
C’è, però, un altro aspetto finora poco considerato.
Il Comune, quando vende un’area verde, cede un bene che ha ricevuto dai privati gratuitamente o espropriandolo per pubblica utilità, con la finalità precisa di soddisfare un bisogno della comunità. Nelle lottizzazioni questa sottrazione di superficie si ripercuote inevitabilmente sulle aree utilizzabili, aumentandone il prezzo e, pertanto, i cittadini che vivono in quelle zone hanno pagato e pagano anche quell’area verde, accompagnati, però, dalla certezza di goderne i benefici.
La vendita anche parziale di quell’area da parte dell’ente pubblico rappresenta, quindi, moralmente, il tradimento di un patto con il cittadino, che risulta danneggiato e beffato perché alla fine:
1) ha pagato un terreno più del suo effettivo valore;
2) è privato di un servizio che riteneva garantito;
3) vede aumentato il carico urbanistico della zona, perché l’area viene venduta non come “verde privato”, ma come terreno edificabile (con il conseguente aumento della densità abitativa, dell’ impermeabilizzazione dei suoli, ecc.).
A questo punto quell’area, nel momento in cui cessa di essere quel contributo a migliorare il territorio che ne aveva giustificato la sottrazione ai privati, diventa né più né meno che una tassa a carico del cittadino. Ovviamente in modo subdolo perché bisogna continuare a dire che “non si mettono le mani nelle tasche degli italiani”.
Se non si riflette su tutti questi aspetti, se siamo indotti a considerare i beni comuni come beni di nessuno e non come beni di tutti, rendiamo più povera la nostra città e impoveriamo noi stessi.
Occorre cambiare rotta! Si riprenda a parlare concretamente di quella programmazione urbanistica di cui tutti in campagna elettorale si erano riempiti la bocca. L’uso del territorio merita una riflessione “profonda” e “alta”. Cercare di tamponare una situazione economica senza quella lungimiranza temporale che dovrebbe avere ogni buon amministratore significa scaricare ancora una volta tutto il peso dei problemi sulle generazioni future.
Leonardo Bonato
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